La Forza della Credibilita’

In questa epoca dove la musica produce decine di pupazzi e marionette, tutte bravissime ad incrociare le braccia a formare una X e a fare il verso al cantante famoso di turno ma che nove volte su dieci, se dovessero mai scrivere qualcosa di proprio,  scoprirebbero probabilmente ben più di qualche altarino a dir poco sospetto, voglio citare degli amici che sono, dopo 36 anni di attività, la dimostrazione che le cose possono essere ancora fatte in un altro modo. Sto parlando dei MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO, gruppo di ragazzi (?) molisani attivo già dal 1976  che cerca, riscopre e porta a nuova vita un patrimonio culturale di un valore immenso che altrimenti sarebbe irrimediabilmente perduto, fatto di storie, ninnenanne, racconti più o meno epici di briganti e storie d’amore che sanno d’antico.

Lo fanno attraverso la musica, quella della loro terra ma anche dell’Italia meridionale in genere, con strumenti che solo a vederli ti senti proiettato in un mondo che non c’è più ( o meglio che non ci sarebbe più, senza di loro e senza tanti altri gruppi del genere). Fulminati all’inizio dalla TAMMURRIATA NERA della NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE misero insieme questo gruppo che, ovviamente, ha visto anche cambi di formazione (fisiologico visto il tempo trascorso insieme) ma che ha sempre mantenuto intatto il gusto della riscoperta unito anche a quel pizzico di sfrontatezza positiva che ha permesso loro di suonare quella musica in una maniera LEGGERMENTE diversa dallo standard, e chi mi conosce ha già capito quanto questa cosa mi possa intrigare!

A dimostrazione di quanto sopra, vi riporto un link con l’ultimo pezzo che hanno scritto, dal titolo SEMPRE MUSICANTI: oltre al video, davvero emozionante per la scelta delle immagini, ascoltate come si possa “svicolare” dai parametri della musica popolare tradizionale (ma che vorrà dire, poi?) per produrre una musica che sì, richiama quel mondo, inevitabilmente, ma lo fa in un modo che potenzialmente può senz’altro interessare anche i non addetti ai lavori, o perlomeno anche coloro che non ascoltano abitualmente roba del genere. Tutto questo dopo 36 anni di concerti ovunque, in qualsiasi contesto, interno od esterno, piazza o teatro, circolino o festival all’estero, sempre guidati dalla passione per il loro lavoro.

Per tutto questo, un grazie di cuore a SILVIO TROTTA, STEFANO TARTAGLIA e tutti coloro che fanno e hanno fatto parte di quella magnifica realtà chiamata MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO!SILVIO MOD

In questa epoca dove la musica produce decine di pupazzi e marionette, tutte bravissime ad incrociare le braccia a formare una X e a fare il verso al cantante famoso di turno ma che nove volte su dieci, se dovessero mai scrivere qualcosa di proprio,  scoprirebbero probabilmente ben più di qualche altarino a dir poco sospetto, voglio citare degli amici che sono, dopo 36 anni di attività, la dimostrazione che le cose possono essere ancora fatte in un altro modo. Sto parlando dei MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO, gruppo di ragazzi (?) molisani attivo già dal 1976  che cerca, riscopre e porta a nuova vita un patrimonio culturale di un valore immenso che altrimenti sarebbe irrimediabilmente perduto, fatto di storie, ninnenanne, racconti più o meno epici di briganti e storie d’amore che sanno d’antico.

Lo fanno attraverso la musica, quella della loro terra ma anche dell’Italia meridionale in genere, con strumenti che solo a vederli ti senti proiettato in un mondo che non c’è più ( o meglio che non ci sarebbe più, senza di loro e senza tanti altri gruppi del genere). Fulminati all’inizio dalla TAMMURRIATA NERA della NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE misero insieme questo gruppo che, ovviamente, ha visto anche cambi di formazione (fisiologico visto il tempo trascorso insieme) ma che ha sempre mantenuto intatto il gusto della riscoperta unito anche a quel pizzico di sfrontatezza positiva che ha permesso loro di suonare quella musica in una maniera LEGGERMENTE diversa dallo standard, e chi mi conosce ha già capito quanto questa cosa mi possa intrigare!

A dimostrazione di quanto sopra, vi riporto un link con l’ultimo pezzo che hanno scritto, dal titolo SEMPRE MUSICANTI: oltre al video, davvero emozionante per la scelta delle immagini, ascoltate come si possa “svicolare” dai parametri della musica popolare tradizionale (ma che vorrà dire, poi?) per produrre una musica che sì, richiama quel mondo, inevitabilmente, ma lo fa in un modo che potenzialmente può senz’altro interessare anche i non addetti ai lavori, o perlomeno anche coloro che non ascoltano abitualmente roba del genere. Tutto questo dopo 36 anni di concerti ovunque, in qualsiasi contesto, interno od esterno, piazza o teatro, circolino o festival all’estero, sempre guidati dalla passione per il loro lavoro.

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Per tutto questo, un grazie di cuore a SILVIO TROTTA, STEFANO TARTAGLIA e tutti coloro che fanno e hanno fatto parte di quella magnifica realtà chiamata MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO!

SAN PATRIZIO

Come ogni anno arriva il 17 marzo, giorno in cui si celebra la festa di San Patrizio, santo patrono d’Irlanda; e immediatamente quasi in ogni angolo del pianeta si forma un capannello di persone che beve qualcosa, suonando e cantando musica irlandese. E’, se vogliamo, uno degli aspetti positivi della globalizzazione, anche se suscita sempre una certa curiosità vedere un giapponese o un russo (ma naturalmente anche un italiano) imbracciare un tipico strumento come le uilleann pipes o il bodhran e sfoggiare una competenza degna del CNR su reels, jigs e canzoni popolari dell’isola verde.

In realtà non c’è molto da meravigliarsi: qualche decennio fa in Italia, per esempio, è successa la stessa cosa con il blues (parlo degli anni 80), quando per contrastare l’avanzata di certi suoni plasticosi e mininimalisti ci fu una autentica esplosione di americanismo, anche un pò tamarro (ricorderete stivaletti a punta a go-go) che portò un sacco di gente a suonare i classici di Robert Johnson pur non essendo particolarmente americani o….neri!

Sarebbe, però, semplicistico limitarsi a definirla solo la moda del momento: ognuna di queste ondate si è fondata sempre soprattutto sul riconoscersi in un modo espressivo, strettamente collegato al proprio stato d’animo o al proprio carattere; così abbiamo avuto nichilisti datisi al blues cantando la propria dannazione partendo da uno splendido condominio anni 50, ragazzi bravissimi e buonissimi che si davano al trash metal sbattendo contro le pareti delle loro camere, e  sognatori ad occhi aperti abitanti mondi paralleli che suonavano slow air davanti al poster delle Cliffs of Moher. In ogni caso a guidare tutto c’era sempre la sensibilità del singolo e una buona dose di casualità che ha fatto coincidere le necessità del proprio momento con le caratteristiche di certe sonorità e certi generi musicali.

E’ successo così anche a me: ed oggi, a vent’anni di distanza, guardo la mia agenda che in questa settimana impazzisce regolarmente, diventando piena come non mai,  e mi sento particolarmente fortunato per non aver dimenticato di essere quello che sono e da dove vengo;  così mi posso godere delle splendide serate di musica senza… fingere di essere di Cork o Belfast, anche perchè il mio accento non mente e i miei capelli sono (ancora per poco) neri anzichè rossi….

 trifoglio
Come ogni anno arriva il 17 marzo, giorno in cui si celebra la festa di San Patrizio, santo patrono d’Irlanda; e immediatamente quasi in ogni angolo del pianeta si forma un capannello di persone che beve qualcosa, suonando e cantando musica irlandese. E’, se vogliamo, uno degli aspetti positivi della globalizzazione, anche se suscita sempre una certa curiosità vedere un giapponese o un russo (ma naturalmente anche un italiano) imbracciare un tipico strumento come le uilleann pipes o il bodhran e sfoggiare una competenza degna del CNR su reels, jigs e canzoni popolari dell’isola verde.

In realtà non c’è molto da meravigliarsi: qualche decennio fa in Italia, per esempio, è successa la stessa cosa con il blues (parlo degli anni 80), quando per contrastare l’avanzata di certi suoni plasticosi e mininimalisti ci fu una autentica esplosione di americanismo, anche un pò tamarro (ricorderete stivaletti a punta a go-go) che portò un sacco di gente a suonare i classici di Robert Johnson pur non essendo particolarmente americani o….neri!

Sarebbe, però, semplicistico limitarsi a definirla solo la moda del momento: ognuna di queste ondate si è fondata sempre soprattutto sul riconoscersi in un modo espressivo, strettamente collegato al proprio stato d’animo o al proprio carattere; così abbiamo avuto nichilisti datisi al blues cantando la propria dannazione partendo da uno splendido condominio anni 50, ragazzi bravissimi e buonissimi che si davano al trash metal sbattendo contro le pareti delle loro camere, e  sognatori ad occhi aperti abitanti mondi paralleli che suonavano slow air davanti al poster delle Cliffs of Moher. In ogni caso a guidare tutto c’era sempre la sensibilità del singolo e una buona dose di casualità che ha fatto coincidere le necessità del proprio momento con le caratteristiche di certe sonorità e certi generi musicali.

E’ successo così anche a me: ed oggi, a vent’anni di distanza, guardo la mia agenda che in questa settimana impazzisce regolarmente, diventando piena come non mai,  e mi sento particolarmente fortunato per non aver dimenticato di essere quello che sono e da dove vengo;  così mi posso godere delle splendide serate di musica senza… fingere di essere di Cork o Belfast, anche perchè il mio accento non mente e i miei capelli sono (ancora per poco) neri anzichè rossi….

IO E JOHN RENBOURN

Qualche tempo dopo la prima jam session di una certa importanza, quella con Pierre Bensusan al Velvet di Castiglion Fiorentino (AR), arrivò a suonare nel locale un vero e proprio mostro sacro della chitarra, quel JOHN RENBOURN che insieme ad un vero e proprio gruppo di fenomeni diede vita ai PENTANGLE ed al folk revival britannico. Vista la precedente esperienza con Pierre Bensusan, il mio già citato amico Paolo Brasini (mi ripeto un pò ma devo davvero molto a questa persona, grazie Paolino!) pensò bene di organizzare una vera e propria ospitata nell’ambito del concerto, con tanto di prove pomeridiane e soundcheck; insomma un concerto in piena regola insieme ad uno dei miei eroi di sempre!

Mi presentai quindi carico di emozione al locale: dopo i saluti di rito ci mettemmo sul palco e provammo un pezzo che  avevo pensato di suonare con il low whistle, ottenendo però risultati solo discreti, nessuno sembrò particolarmente soddisfatto. Andai a cena con una sensazione mista di reverenza e fifa, perchè le prove non erano state davvero tranquillizzanti….

La magia di certe situazioni, però, mi venne in soccorso poco dopo.

Mi ricordai di avere provato, molto tempo prima, un brano tratto dal suo The black balloon intitolato THE MIST COVERED MOUNTAIN OF HOME, dove la sua chitarra magica suonava insieme ad un flauto traverso una melodia davvero bellissima. Così, poco prima che lui salisse sul palco, gli chiesi se se la ricordava e se avesse voluto suonarla. Lui accettò subito e cominciò il suo concerto…

Verso la fine, poi, arrivò il mio momento. John mi annunciò con tutti i crismi ed io, semplicemente terrorizzato, mi presentai con lo strumento a suonare un pezzo insieme a John Renbourn senza neanche averlo provato! La prima strofa la fece lui da solo, poi cominciai a suonare…ed ecco la magia! Tutto perfetto, suoni splendidi, brano meraviglioso. In sala non volava una mosca, c’erano molti amici miei e si percepiva uno strano miscuglio di stupore, ammirazione e felicità…

Appena finì il pezzo la sala esplose in un applauso grande ed affettuoso, davvero commovente; ho un ricordo molto definito di quel momento, lo considero forse il primo “successo” personale davanti ad un pubblico. La serata proseguì con un John Renbourn entusiasta quasi più di me, che si fece portare una bottiglia di vino bianco che finimmo velocemente, bevendola in parti uguali (sic), e che non la finiva più di farmi domande su come avessi cominciato, cosa stessi facendo musicalmente ecc. Facemmo le ore piccole e, ovviamente, quella notte dormii davvero poco…

 
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Qualche tempo dopo la prima jam session di una certa importanza, quella con Pierre Bensusan al Velvet di Castiglion Fiorentino (AR), arrivò a suonare nel locale un vero e proprio mostro sacro della chitarra, quel JOHN RENBOURN che insieme ad un vero e proprio gruppo di fenomeni diede vita ai PENTANGLE ed al folk revival britannico. Vista la precedente esperienza con Pierre Bensusan, il mio già citato amico Paolo Brasini (mi ripeto un pò ma devo davvero molto a questa persona, grazie Paolino!) pensò bene di organizzare una vera e propria ospitata nell’ambito del concerto, con tanto di prove pomeridiane e soundcheck; insomma un concerto in piena regola insieme ad uno dei miei eroi di sempre!

Mi presentai quindi carico di emozione al locale: dopo i saluti di rito ci mettemmo sul palco e provammo un pezzo che  avevo pensato di suonare con il low whistle, ottenendo però risultati solo discreti, nessuno sembrò particolarmente soddisfatto. Andai a cena con una sensazione mista di reverenza e fifa, perchè le prove non erano state davvero tranquillizzanti….

La magia di certe situazioni, però, mi venne in soccorso poco dopo.

the black balloon
Mi ricordai di avere provato, molto tempo prima, un brano tratto dal suo The black balloon intitolato THE MIST COVERED MOUNTAIN OF HOME, dove la sua chitarra magica suonava insieme ad un flauto traverso una melodia davvero bellissima. Così, poco prima che lui salisse sul palco, gli chiesi se se la ricordava e se avesse voluto suonarla. Lui accettò subito e cominciò il suo concerto…

Verso la fine, poi, arrivò il mio momento. John mi annunciò con tutti i crismi ed io, semplicemente terrorizzato, mi presentai con lo strumento a suonare un pezzo insieme a John Renbourn senza neanche averlo provato! La prima strofa la fece lui da solo, poi cominciai a suonare…ed ecco la magia! Tutto perfetto, suoni splendidi, brano meraviglioso. In sala non volava una mosca, c’erano molti amici miei e si percepiva uno strano miscuglio di stupore, ammirazione e felicità…

Appena finì il pezzo la sala esplose in un applauso grande ed affettuoso, davvero commovente; ho un ricordo molto definito di quel momento, lo considero forse il primo “successo” personale davanti ad un pubblico. La serata proseguì con un John Renbourn entusiasta quasi più di me, che si fece portare una bottiglia di vino bianco che finimmo velocemente, bevendola in parti uguali (sic), e che non la finiva più di farmi domande su come avessi cominciato, cosa stessi facendo musicalmente ecc. Facemmo le ore piccole e, ovviamente, quella notte dormii davvero poco…

 

RICORDO DI BERT JANSCH

Forse una delle figure più importanti del mondo della chitarra acustica. Fondatore dei Pentangle insieme a John Renbourn, autentico rivoluzionario per quanto riguarda lo stile chitarristico, Bert Jansch ci ha lasciato il 5 ottobre 2011. Mi corre l’obbligo di ricordare qui questo strardinario musicista, che coi dischi dei Pentangle (su tutti BASKET OF LIGHT)  ha fatto sognare per anni autentici universi paralleli grazie agli intrecci mirabili delle sue corde con quelle di Renbourn,  alla meravigliosa voce di Jacqui Mc Shee e al poderoso sostegno del basso di Danny Thompson. Ebbi anche il piacere di conoscerlo, naturalmente al Velvet Underground, per un concerto insieme proprio a Renbourn, ed ebbi modo di apprezzare la sua gentilezza e disponibilità.

Sabato 22 ottobre, durante il concerto che terrò a Latina insieme a Luca Busatti, ospiteremo l’amico Marcello De Dominicis per un omaggio, doveroso, a questo straordinario musicista.

Grazie Bert.

PROGRESSIVE ROCK

 

Frequentavo la scuola superiore quando formammo con gli amici il primo gruppo musicale; ovviamente si partiva dalle cover, e mentre tutti proponevano brani rock di artisti quali Deep PurpleLed Zeppelin (alzi la mano chi non è stanco suonare Smoke on the water) la mia attenzione veniva catturata da qualcosa di più impegnativo: il progressive rock. Si trattava di un filone musicale caratterizzato da grande capacità tecnica, tempi spezzati, brani lunghissimi (in certi casi anche una facciata intera di album) ed un immaginario che per certi versi poteva anche essere considerato precursore del celtico o della new age. Suonando io il basso furono gruppi come Yes o Rush i prediletti, ma anche Gentle Giant, King Crimson e gli adorati Jethro Tull.

Il progressive rock è una vera trappola: una volta che sei abituato a certi standard diventa difficile che qualcosa di più semplice ti possa colpire allo stesso modo (ci ho messo un sacco di tempo prima di ammettere la grandezza dei Talking Heads, per esempio), ma è stata una palestra di fondamentale importanza per le mie capacità musicali. Una volta che ti sei allenato – per molto tempo, invero – sopra i dischi dei gruppi sopra citati ma anche di Kansas, Van der Graaf Generator o Genesis acquisisci una padronanza tale dello strumento da poter  cimentarti in molti altri generi con estrema facilità.

Potremmo dire che tutti questi grandi gruppi avessero in comune la ricerca della bellezza, quindi un senso estetico davvero elevato; per quello, secondo me, non passeranno mai veramente di moda. Perchè sarà la bellezza a salvare il mondo di oggi. Per capire cosa intendo andate a sentire il brano NON MI ROMPETE del Banco del Mutuo Soccorso… Provate anche a sentire altri artisti italiani: Le Orme, PFM… Siamo da sempre un paese pieno di bellezze e fu secondo me normale che il genere progressive divenne molto popolare in Italia negli anni ’70.

In conclusione, vorrei approfittare di questo spazio per ringraziare tutti questi artisti i quali, grazie anche all’aiuto di discografici illuminati, lavoravano in totale e completa libertà, privi di vincoli di minutaggi radiofonici o di altro tipo. Da quella libertà sono nati tantissimi capolavori che hanno fatto la storia della musica; ed è a quella libertà che io, per quanto faccia parte della generazione successiva, cerco di fare riferimento quando suono, scrivo o produco musica.

 close to the edge

Frequentavo la scuola superiore quando formammo con gli amici il primo gruppo musicale; ovviamente si partiva dalle cover, e mentre tutti proponevano brani rock di artisti quali Deep PurpleLed Zeppelin (alzi la mano chi non è stanco suonare Smoke on the water) la mia attenzione veniva catturata da qualcosa di più impegnativo: il progressive rock. Si trattava di un filone musicale caratterizzato da grande capacità tecnica, tempi spezzati, brani lunghissimi (in certi casi anche una facciata intera di album) ed un immaginario che per certi versi poteva anche essere considerato precursore del celtico o della new age. Suonando io il basso furono gruppi come Yes o Rush i prediletti, ma anche Gentle Giant, King Crimson e gli adorati Jethro Tull.

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Il progressive rock è una vera trappola: una volta che sei abituato a certi standard diventa difficile che qualcosa di più semplice ti possa colpire allo stesso modo (ci ho messo un sacco di tempo prima di ammettere la grandezza dei Talking Heads, per esempio), ma è stata una palestra di fondamentale importanza per le mie capacità musicali. Una volta che ti sei allenato – per molto tempo, invero – sopra i dischi dei gruppi sopra citati ma anche di Kansas, Van der Graaf Generator o Genesis acquisisci una padronanza tale dello strumento da poter  cimentarti in molti altri generi con estrema facilità.

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Potremmo dire che tutti questi grandi gruppi avessero in comune la ricerca della bellezza, quindi un senso estetico davvero elevato; per quello, secondo me, non passeranno mai veramente di moda. Perchè sarà la bellezza a salvare il mondo di oggi. Per capire cosa intendo andate a sentire il brano NON MI ROMPETE del Banco del Mutuo Soccorso… Provate anche a sentire altri artisti italiani: Le Orme, PFM… Siamo da sempre un paese pieno di bellezze e fu secondo me normale che il genere progressive divenne molto popolare in Italia negli anni ’70.

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In conclusione, vorrei approfittare di questo spazio per ringraziare tutti questi artisti i quali, grazie anche all’aiuto di discografici illuminati, lavoravano in totale e completa libertà, privi di vincoli di minutaggi radiofonici o di altro tipo. Da quella libertà sono nati tantissimi capolavori che hanno fatto la storia della musica; ed è a quella libertà che io, per quanto faccia parte della generazione successiva, cerco di fare riferimento quando suono, scrivo o produco musica.

 

VENT’ANNI DOPO

Il tempo passa, e anche alla svelta. Qualche mese fa feci un rapido calcolo e mi accorsi che dal 1 agosto 1991, giorno in cui arrivai in Italia con la cornamusa per la prima volta, erano passati giusti giusti VENT’ANNI! Inevitabile tornare indietro con la mente a quei giorni, quando rimasi a Sligo per tre giorni, aspettando che Charles Roberts finisse di costruire il mio  strumento (per la cronaca, quello che suono ancora oggi con la stessa ancia!) Mi ritornò in mente anche un signore di Westport di nome OLCAN MASTERSON, grande suonatore di tin whistle e story teller col quale passai i giorni immediatamente precedenti, il quale fu il primo ad insegnarmi il giusto spirito e tutta la bellezza della musica irlandese, nonchè il suo formidabile potere aggregante.

Poi, improvvisamente, la notizia! Il mio amico SANDRO BRUTI, olandese di nascita ma bolsenese di origine ( me lo ha fatto conoscere ovviamente LA TRESCA), impeccabile organizzatore del DRAMTUNE FESTIVAL che si tiene a SCHEVENINGEN, in Olanda, mi chiede di andare a suonare lì perchè tra i suoi amici verrà anche un certo Olcan Masterson di Westport! Così, esattamente venti anni dopo, ci siamo ritrovati con questo signore tanto minuto nel fisico quanto enorme nello spirito.

Impossibile descrivere la commozione dell’incontro, così come impossibile raccontare la gioia del concerto insieme e l’intima profondità del giorno successivo, quando tutti insieme ci siamo ritrovati al Rose Garden nel parco di Scheveningen per una session a lume di candela insieme agli amici tedeschi ed olandesi che con noi avevano calcato il palco la sera prima. Solo chi c’era può capire di cosa parlo….Col senno di poi ci sono arrivato: questo signore mi aveva insegnato, pur nello stile della session, ad essere musicalmente libero, e quello che sono oggi lo devo in gran parte a lui, perchè è stato il primo a lasciare una impronta indelebile dentro la mia anima musicale. Adesso spero sinceramente di non dover aspettare altri venti anni prima di rincontrarlo! Un grazie di cuore anche a Victor, potente suonatore di fisarmonica e a Rob, chitarrista e violinista olandese che accompagna Olcan quando suona in Olanda, entrambi persone altrettanto preziose.

 

 

 

Infine, devo ringraziare il mio grande amico SANDRO BRUTI: grazie a lui ho vissuto emozioni davvero particolari in terra olandese, e spero vivamente di averlo ripagato anche solo in parte! Grazie Sandro, anche a tutta la tua meravigliosa famiglia.

Dank je wel!!

 

 

Ps  foto dal sito  www.dramtune.com

LA VECCHIA IRLANDA

Ogni anno mia moglie accompagna degli studenti in vacanza studio in un paese britannico per studiare l’inglese: quest’anno li ha portati a Dublino, Irlanda, e nel programma era prevista anche una escursione di un paio di giorni a Galway, da sempre la mia città preferita e luogo dove storicamente ho  sperimentato le più belle sessions della mia vita nel corso degli anni Novanta. Non potevo restare indifferente a tutto ciò: ho caricato nostro figlio, le mie uilleann pipes e tutti insieme abbiamo raggiunto la comitiva.

Come sappiamo tutti la crisi mondiale ha colpito duro soprattutto in Irlanda: beh, si vede. Si vede molto bene. Dublino solo quattro anni fa era una città decisamente insopportabile: piena di gente fino all’inverosimile, sporca, con un traffico da metropoli sudamericana e la gente che non ti guarda neanche in faccia, come da copione. Quest’anno il traffico è quasi sparito, per la strada si cammina molto bene e tutti, compresi gli autisti degli autobus, sono tornati ad essere gentili ed educati. Sembra quasi la vecchia Irlanda, con il suo 15% di disoccupati e dove si viveva  una atmosfera irripetibile anche solo quindici anni fa.

A Dublino ho suonato in due pubs: l’ormai mitico COBBLESTONE, nel quartiere di Smithfield, e il DEVITT’s, a sud di Stephen’s Green. Nel primo sono stato accolto dal gentilissimo proprietario, fratello di NEIL MULLIGAN, celebre piper tradizionale. In dieci minuti mi  ha fatto conoscere decine di musicisti e/o persone collegate in qualche modo alla musica tradizionale: archivisti, collezionisti, insegnanti…una disponibilità davvero incredibile! A seguire musica di ottimo livello e gran divertimento.

Nel secondo ho suonato di nuovo con un banjoista di nome Gerry (non ricordo il cognome) col quale avevo già suonato al Bewley’s cafe insieme ad Antonio Breschi quattro anni prima ed altri bravissimi musicisti tra cui spiccava un giovane suonatore di concertina davvero rimarchevole. Poi, la chicca: una bella versione cantanta di CALEDONIA di Dolores Keane, cantanta da tutto il pub nella quale ho riversato tutto il mio lirismo strappacore da italiano tenore mancato (ehm…) suscitando inevitabili consensi. Per finire un signore anziano si è messo a cantare ed è stato da me prontamente registrato: a breve ve lo farò sentire….

Dopodichè, Galway. Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Dieci anni! Mi accorgo che manco da dieci anni dalla città che forse amo di più e che nel corso degli anni Novanta mi ha dato di più in fatto di emozioni. Sono emozionato un bel pò a tornare..                    La città si è allargata a dismisura, ma il centro è rimasto pressochè intatto. Complice l’ARTS  FESTIVAL c’è davvero tanta gente in giro, tra cui il mio amico Daniele Bicego da Pavia, ottimo piper e costruttore di strumenti. Insieme decidiamo di infilarci nel pub del centro per antonomasia, il TAAFFES, dove ci spariamo una bella session a tre cornamuse (presente anche un nerboruto signore locale molto bravo) ed un violino. La particolarità dell’organico rende la session molto particolare, ma quello che più conta è che l’emozione si ripresenta in tutta la sua bellezza.

La magia di certe cose, tra cui la vecchia Irlanda,  per fortuna non è ancora stata distrutta.

O forse la crisi si sente anche a Galway? Giudicate voi…

 

 

 

TERRE IN IN VISTA: il nuovo album

Mentre tutti o quasi i musicisti italiani aspettano di sapere quanto misera sarà la stagione estiva 2011, a causa soprattutto dei tagli imposti alle attività culturali, in assoluta controtendenza arriva il mio nuovo lavoro discografico. Scritto a quattro mani con RAFFAELLO SIMEONI, l’album si intitola TERRE IN VISTA ed è il risultato dell’incontro dei nostri due rispettivo mondi musicali di appartenenza.

Perchè TERRE IN VISTA?

Perchè ognuno di noi è sempre alla ricerca di nuovi orizzonti, nuove acque da esplorare, nuovi mondi da cui restare affascinati; musicalmente parlando, inoltre, l’incontro degli strumenti irlandesi miei con quelli di tutt’altra estrazione suonati da Raffaello rappresenta un vero e proprio caleidoscopio sonoro dove trovare (o ritrovare) angoli di tutti il mondo e di molte parti della terra. TERRE IN VISTA, quindi, anche per questo.

Potete richiedere TERRE IN VISTA tramite il sito www.ai-music.it.

 

Grazie a Marco Marchetti per le foto e agli amici di MUSICASTRADA, grande festival della provincia pisana, per i consigli.

PLANXTY– The well below the valley

Quando nel 1991 mi ritrovai in Irlanda, alla ricerca di qualcosa
che identificasse il suono irlandese tradizionale,
girai per diversi giorni entrando in numerosi pubs di Dublino dove potei sperimentare sessions del tipo singalong, ossia “cantate-tutti-insieme”, oppure a Galway altre sessions totalmente strumentali,e cercai ovviamente anche molti dischi, visto che il tempo per rimanere in Irlanda per imparare e conoscere la musica del posto era limitato.E fra i dischi che mi capitarono per le mani c’era pure questo, con una bellissima copertina riproducente the Book of Kells, meraviglioso codice miniato conservato presso il Trinity College di Dublino.
Metto su il cd e si parte con CUNLA, pipe solo di Liam O’Flynn. E quelle pipes con una ancia molto aperta, un gran bel suono chioccio,mi proiettarono istantaneamente in un tempo passato, in un mondo che per me non c’era più ma che all’epoca in Irlanda c’era ancora. Così come nel pezzo successivo,PADDY O’REILLY, la voce di Andy Irvine è una voce di un’altra era, di un mondo fatto di legno e paglia, di storie lette e/o cantate davanti al fuoco di un caminetto, magari dal nonno prima che i nipoti vadano a letto.Quando poi alla fine del disco, dopo momenti di storia pura come AS I ROVED OUT o BEAN PHAIDIN, mi trovai ad ascoltare un brano come TIME WILL CURE ME, che a distanza di 35 anni considero ancora oggi un brano di contemporary folk, capii che quel qualcosa che non conoscevo e che stavo cercando l’avevo trovato….Da lì in poi approfondii la storia di quel gruppo e di tutti quei grandi musicisti che lo componevanothe well

Quando nel 1991 mi ritrovai in Irlanda, alla ricerca di qualcosa
che identificasse il suono irlandese tradizionale,
girai per diversi giorni entrando in numerosi pubs di Dublino dove potei sperimentare sessions del tipo singalong, ossia “cantate-tutti-insieme”, oppure a Galway altre sessions totalmente strumentali,e cercai ovviamente anche molti dischi, visto che il tempo per rimanere in Irlanda per imparare e conoscere la musica del posto era limitato.E fra i dischi che mi capitarono per le mani c’era pure questo, con una bellissima copertina riproducente the Book of Kells, meraviglioso codice miniato conservato presso il Trinity College di Dublino.
Metto su il cd e si parte con CUNLA, pipe solo di Liam O’Flynn. E quelle pipes con una ancia molto aperta, un gran bel suono chioccio,mi proiettarono istantaneamente in un tempo passato, in un mondo che per me non c’era più ma che all’epoca in Irlanda c’era ancora. Così come nel pezzo successivo,PADDY O’REILLY, la voce di Andy Irvine è una voce di un’altra era, di un mondo fatto di legno e paglia, di storie lette e/o cantate davanti al fuoco di un caminetto, magari dal nonno prima che i nipoti vadano a letto.Quando poi alla fine del disco, dopo momenti di storia pura come AS I ROVED OUT o BEAN PHAIDIN, mi trovai ad ascoltare un brano come TIME WILL CURE ME, che a distanza di 35 anni considero ancora oggi un brano di contemporary folk, capii che quel qualcosa che non conoscevo e che stavo cercando l’avevo trovato….Da lì in poi approfondii la storia di quel gruppo e di tutti quei grandi musicisti che lo componevano

THE BOTHY BAND

Il negozio di dischi di Galway per antonomasia è oggi, come nel 1991, Mulligan’s.
All’epoca le mie mani frugavano ansiose di trovare qualche informazione in più per poter capire e suonare la musica irlandese; proprio mentre ero lì parte un brano dai diffusori che mi catturò come un incantatore di serpenti ammaestra le proprie creature. Si trattava di THE BUTTERFLY, che poi avrei scoperto essere uno dei più famosi brani dell’intera produzione del’isola.Quel brano mi introdusse ad un gruppo che avrebbe segnato in maniera irrimediabile il mio futuro:ladies and gentleman, please welcome THE BOTHY BAND, coacervo di talenti clamorosi: i fratelli MICHAEL e TRIONA O’DOMHNAIL, MATT MOLLOY (futuro riferimento di flautisti per generazioni), DONAL LUNNY (che sarebbe poi diventato forse il più grande produttore dimusica celtica e grande suonatore di bouzouki), KEVIN BURKE (caposcuola di stile violinistico) e soprattutto PADDY KEENAN, da molti definito il Jimi Hendrix delle uilleann pipes, erede diretto del gypsy Johnny Doran e uno dei due pipers che mi ha influenzato di più (l’altro è presente in un altro articolo…)Un ensemble assolutamente di primissimo livello per un sound assolutamente irripetibile per potenza, precisione e coinvolgimento. Non perdete nessuno dei loro lavori, hanno inciso quattro album: THE BOTHY BAND, OUT OF THE WIND INTO THE SUN, OLD HAG YOU’VE KILLED ME, AFTER HOURS (live in Paris).after hours
Il negozio di dischi di Galway per antonomasia è oggi, come nel 1991, Mulligan’s.
All’epoca le mie mani frugavano ansiose di trovare qualche informazione in più per poter capire e suonare la musica irlandese; proprio mentre ero lì parte un brano dai diffusori che mi catturò come un incantatore di serpenti ammaestra le proprie creature. Si trattava di THE BUTTERFLY, che poi avrei scoperto essere uno dei più famosi brani dell’intera produzione del’isola.Quel brano mi introdusse ad un gruppo che avrebbe segnato in maniera irrimediabile il mio futuro:ladies and gentleman, please welcome THE BOTHY BAND, coacervo di talenti clamorosi: i fratelli MICHAEL e TRIONA O’DOMHNAIL, MATT MOLLOY (futuro riferimento di flautisti per generazioni), DONAL LUNNY (che sarebbe poi diventato forse il più grande produttore dimusica celtica e grande suonatore di bouzouki), KEVIN BURKE (caposcuola di stile violinistico) e soprattutto PADDY KEENAN, da molti definito il Jimi Hendrix delle uilleann pipes, erede diretto del gypsy Johnny Doran e uno dei due pipers che mi ha influenzato di più (l’altro è presente in un altro articolo…)Un ensemble assolutamente di primissimo livello per un sound assolutamente irripetibile per potenza, precisione e coinvolgimento. Non perdete nessuno dei loro lavori, hanno inciso quattro album: THE BOTHY BAND, OUT OF THE WIND INTO THE SUN, OLD HAG YOU’VE KILLED ME, AFTER HOURS (live in Paris).