JETHRO TULL – Aqualung

aqualung
Ho letto una intervista a Ian Anderson in cui il musicista raccontava come al momento della incisione di Aqualung il gruppo andò a registrare in uno studio nuovo di zecca, con tutte le tecnologie più avanzate a disposizione per l’epoca. Bene, nessuno era in grado di far funzionare lo studio in maniera appropriata e pertanto la realizzazione di questo album si rivelò difficilissima, tutta a base di sovraincisioni fatte con ascolti molto approssimativi.Chissà che questo non sia davvero il segreto di questo capolavoro che sì, contiene alcuni brani memorabili come LOCOMOTIVE BREATH o WOND’RING ALOUD o la stessa AQUALUNG, ma che secondo me ha la sua forza primaria nel suono.E’ come se tutto il suono dell’album fosse velato da una patina impalpabile ma determinante, quella patina che solo il tempo nel corso degli anni riesce a produrre e che inevitabilmente impreziosisce, conferendo quel che di classico e irripetibile.

Molto significativo poi l’atteggiamento provocatorio riguardo ai testi, polemici nei confronti della religione e della chiesa, specchio fedelissimo del carattere istrionico e  provocatore del leader, soprattutto se contestualizzato nel momento storico e culturale in cui il disco è stato composto.
Va ricordato inoltre che, dopo un periodo iniziale dove la band aveva esplorato le radici del blues, con questo lavoro Ian Anderson e soci entrano a pieno titolo nell’universo folk rock con brani come MOTHER GOOSE o la già citata WOND’RING ALOUD, inaugurando una serie di ballate acustiche suonate con il capotasto in terza posizione (da qui in avanti marchio di fabbrica inconfondibile dei JT insieme alla splendida voce di Anderson).Soprattutto quest’ultimo elemento, insieme con il modo di usare il plettro della Martin,  è stata una delle influenze riconoscibili nel mio universo musicale; sentire per credere alcune mie parti chitarristiche o anche sul buzuki.

La Forza della Credibilita’

SILVIO MOD

In questa epoca dove la musica produce decine di pupazzi e marionette, tutte bravissime ad incrociare le braccia a formare una X e a fare il verso al cantante famoso di turno ma che nove volte su dieci, se dovessero mai scrivere qualcosa di proprio,  scoprirebbero probabilmente ben più di qualche altarino a dir poco sospetto, voglio citare degli amici che sono, dopo 36 anni di attività, la dimostrazione che le cose possono essere ancora fatte in un altro modo. Sto parlando dei MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO, gruppo di ragazzi (?) molisani attivo già dal 1976  che cerca, riscopre e porta a nuova vita un patrimonio culturale di un valore immenso che altrimenti sarebbe irrimediabilmente perduto, fatto di storie, ninnenanne, racconti più o meno epici di briganti e storie d’amore che sanno d’antico.

Lo fanno attraverso la musica, quella della loro terra ma anche dell’Italia meridionale in genere, con strumenti che solo a vederli ti senti proiettato in un mondo che non c’è più ( o meglio che non ci sarebbe più, senza di loro e senza tanti altri gruppi del genere). Fulminati all’inizio dalla TAMMURRIATA NERA della NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE misero insieme questo gruppo che, ovviamente, ha visto anche cambi di formazione (fisiologico visto il tempo trascorso insieme) ma che ha sempre mantenuto intatto il gusto della riscoperta unito anche a quel pizzico di sfrontatezza positiva che ha permesso loro di suonare quella musica in una maniera LEGGERMENTE diversa dallo standard, e chi mi conosce ha già capito quanto questa cosa mi possa intrigare!

A dimostrazione di quanto sopra, vi riporto un link con l’ultimo pezzo che hanno scritto, dal titolo SEMPRE MUSICANTI: oltre al video, davvero emozionante per la scelta delle immagini, ascoltate come si possa “svicolare” dai parametri della musica popolare tradizionale (ma che vorrà dire, poi?) per produrre una musica che sì, richiama quel mondo, inevitabilmente, ma lo fa in un modo che potenzialmente può senz’altro interessare anche i non addetti ai lavori, o perlomeno anche coloro che non ascoltano abitualmente roba del genere. Tutto questo dopo 36 anni di concerti ovunque, in qualsiasi contesto, interno od esterno, piazza o teatro, circolino o festival all’estero, sempre guidati dalla passione per il loro lavoro.

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Per tutto questo, un grazie di cuore a SILVIO TROTTA, STEFANO TARTAGLIA e tutti coloro che fanno e hanno fatto parte di quella magnifica realtà chiamata MUSICANTI DEL PICCOLO BORGO!

LA PRIMA JAM SESSION – Pierre Bensusan

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Era il 1993, credo fosse marzo. Dopo circa un anno e mezzo di studio matto e disperatissimo stavo finalmente cominciando a tirare fuori qualche suono dalle mie uilleann pipes; contemporaneamente l’amicizia con Paolo Brasini, direttore artistico del VELVET UNDERGROUND di Castiglion Fiorentino (AR) mi consentiva di vedere da molto vicino artisti di valore assoluto, scambiare con loro opinioni, sentirli dal vivo per cercare di carpirne i segreti. Naturalmente ero davvero inesperto e troppo, troppo timido per propormi come musicista in alcun modo; quindi mi limitavo ad osservare i sound check, andare a cena con gli artisti, parlarci di musica, di come era fatta la vita del musicista ecc. Poi, per scaramanzia, portavo con me anche lo strumento, non si sa mai..

Particolare sintonia scattò col grande chitarrista francese PIERRE BENSUSAN. All’epoca non lo conoscevo, ma l’amico Paolo Brasini mi assicurò che si trattava di uno dei più grandi in assoluto. Ed effettivamente lo fu, grande: un chitarrista eccezionale e davvero molto, molto originale. Inoltre, cosa che fece la differenza, una persona disponibilissima.Parlammo a lungo di tante cose: musica, cibo, politica….tutto molto gradevole. Il concerto fu assolutamente magistrale: Pierre sembrava particolarmente ispirato e non si risparmiò, deliziando il pubblico con prodezze tecniche ma anche grande intensità melodica. Finito il concerto, quando ormai se ne erano andati già tutti, Pierre venne da me e mi disse : ti va di suonare un pezzo con me? Riavutomi dalla sorpresa e dall’emozione, corsi a prendere le uilleann pipes e mi sedetti accanto a lui sul palco. Davanti a quattro o cinque amici miei, più sorpresi anche di me, tra cui LUCA BUSATTI, già presente in questo sito in altri articoli, Pierre mi fece ascoltare una melodia ancora incompiuta, e da lì partì una lunga improvvisazione (circa venti minuti)  per una atmosfera davvero unica e irripetibile. Ricordo ancora perfettamente le facce trasognate di tutti al termine del pezzo: avevo appena visto e provato come si compie la magia della musica, quella vera. Quella serata risultò apportare una spinta decisiva alla mia determinazione nel diventare musicista a tutti gli effetti: troppo preziosi quei momenti per non cercare di viverli tutti!

Non ho più avuto modo di incontrare Pierre da allora, ma approfitto di questo spazio per mandargli questo messaggio, che gli devo praticamente da allora: GRAZIE.

LA VECCHIA IRLANDA

Ogni anno mia moglie accompagna degli studenti in vacanza studio in un paese britannico per studiare l’inglese: quest’anno li ha portati a Dublino, Irlanda, e nel programma era prevista anche una escursione di un paio di giorni a Galway, da sempre la mia città preferita e luogo dove storicamente ho  sperimentato le più belle sessions della mia vita nel corso degli anni Novanta. Non potevo restare indifferente a tutto ciò: ho caricato nostro figlio, le mie uilleann pipes e tutti insieme abbiamo raggiunto la comitiva.

Come sappiamo tutti la crisi mondiale ha colpito duro soprattutto in Irlanda: beh, si vede. Si vede molto bene. Dublino solo quattro anni fa era una città decisamente insopportabile: piena di gente fino all’inverosimile, sporca, con un traffico da metropoli sudamericana e la gente che non ti guarda neanche in faccia, come da copione. Quest’anno il traffico è quasi sparito, per la strada si cammina molto bene e tutti, compresi gli autisti degli autobus, sono tornati ad essere gentili ed educati. Sembra quasi la vecchia Irlanda, con il suo 15% di disoccupati e dove si viveva  una atmosfera irripetibile anche solo quindici anni fa.

A Dublino ho suonato in due pubs: l’ormai mitico COBBLESTONE, nel quartiere di Smithfield, e il DEVITT’s, a sud di Stephen’s Green. Nel primo sono stato accolto dal gentilissimo proprietario, fratello di NEIL MULLIGAN, celebre piper tradizionale. In dieci minuti mi  ha fatto conoscere decine di musicisti e/o persone collegate in qualche modo alla musica tradizionale: archivisti, collezionisti, insegnanti…una disponibilità davvero incredibile! A seguire musica di ottimo livello e gran divertimento.

Nel secondo ho suonato di nuovo con un banjoista di nome Gerry (non ricordo il cognome) col quale avevo già suonato al Bewley’s cafe insieme ad Antonio Breschi quattro anni prima ed altri bravissimi musicisti tra cui spiccava un giovane suonatore di concertina davvero rimarchevole. Poi, la chicca: una bella versione cantanta di CALEDONIA di Dolores Keane, cantanta da tutto il pub nella quale ho riversato tutto il mio lirismo strappacore da italiano tenore mancato (ehm…) suscitando inevitabili consensi. Per finire un signore anziano si è messo a cantare ed è stato da me prontamente registrato: a breve ve lo farò sentire….

Dopodichè, Galway. Quanto tempo è passato dall’ultima volta? Dieci anni! Mi accorgo che manco da dieci anni dalla città che forse amo di più e che nel corso degli anni Novanta mi ha dato di più in fatto di emozioni. Sono emozionato un bel pò a tornare..                    La città si è allargata a dismisura, ma il centro è rimasto pressochè intatto. Complice l’ARTS  FESTIVAL c’è davvero tanta gente in giro, tra cui il mio amico Daniele Bicego da Pavia, ottimo piper e costruttore di strumenti. Insieme decidiamo di infilarci nel pub del centro per antonomasia, il TAAFFES, dove ci spariamo una bella session a tre cornamuse (presente anche un nerboruto signore locale molto bravo) ed un violino. La particolarità dell’organico rende la session molto particolare, ma quello che più conta è che l’emozione si ripresenta in tutta la sua bellezza.

La magia di certe cose, tra cui la vecchia Irlanda,  per fortuna non è ancora stata distrutta.

O forse la crisi si sente anche a Galway? Giudicate voi…

 

 

 

PLANXTY– The well below the valley

the well

Quando nel 1991 mi ritrovai in Irlanda, alla ricerca di qualcosa
che identificasse il suono irlandese tradizionale,
girai per diversi giorni entrando in numerosi pubs di Dublino dove potei sperimentare sessions del tipo singalong, ossia “cantate-tutti-insieme”, oppure a Galway altre sessions totalmente strumentali,e cercai ovviamente anche molti dischi, visto che il tempo per rimanere in Irlanda per imparare e conoscere la musica del posto era limitato.E fra i dischi che mi capitarono per le mani c’era pure questo, con una bellissima copertina riproducente the Book of Kells, meraviglioso codice miniato conservato presso il Trinity College di Dublino.
Metto su il cd e si parte con CUNLA, pipe solo di Liam O’Flynn. E quelle pipes con una ancia molto aperta, un gran bel suono chioccio,mi proiettarono istantaneamente in un tempo passato, in un mondo che per me non c’era più ma che all’epoca in Irlanda c’era ancora. Così come nel pezzo successivo,PADDY O’REILLY, la voce di Andy Irvine è una voce di un’altra era, di un mondo fatto di legno e paglia, di storie lette e/o cantate davanti al fuoco di un caminetto, magari dal nonno prima che i nipoti vadano a letto.Quando poi alla fine del disco, dopo momenti di storia pura come AS I ROVED OUT o BEAN PHAIDIN, mi trovai ad ascoltare un brano come TIME WILL CURE ME, che a distanza di 35 anni considero ancora oggi un brano di contemporary folk, capii che quel qualcosa che non conoscevo e che stavo cercando l’avevo trovato….Da lì in poi approfondii la storia di quel gruppo e di tutti quei grandi musicisti che lo componevano

PROGRESSIVE ROCK

close to the edge

Frequentavo la scuola superiore quando formammo con gli amici il primo gruppo musicale; ovviamente si partiva dalle cover, e mentre tutti proponevano brani rock di artisti quali Deep PurpleLed Zeppelin (alzi la mano chi non è stanco suonare Smoke on the water) la mia attenzione veniva catturata da qualcosa di più impegnativo: il progressive rock. Si trattava di un filone musicale caratterizzato da grande capacità tecnica, tempi spezzati, brani lunghissimi (in certi casi anche una facciata intera di album) ed un immaginario che per certi versi poteva anche essere considerato precursore del celtico o della new age. Suonando io il basso furono gruppi come Yes o Rush i prediletti, ma anche Gentle Giant, King Crimson e gli adorati Jethro Tull.

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Il progressive rock è una vera trappola: una volta che sei abituato a certi standard diventa difficile che qualcosa di più semplice ti possa colpire allo stesso modo (ci ho messo un sacco di tempo prima di ammettere la grandezza dei Talking Heads, per esempio), ma è stata una palestra di fondamentale importanza per le mie capacità musicali. Una volta che ti sei allenato – per molto tempo, invero – sopra i dischi dei gruppi sopra citati ma anche di Kansas, Van der Graaf Generator o Genesis acquisisci una padronanza tale dello strumento da poter  cimentarti in molti altri generi con estrema facilità.

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Potremmo dire che tutti questi grandi gruppi avessero in comune la ricerca della bellezza, quindi un senso estetico davvero elevato; per quello, secondo me, non passeranno mai veramente di moda. Perchè sarà la bellezza a salvare il mondo di oggi. Per capire cosa intendo andate a sentire il brano NON MI ROMPETE del Banco del Mutuo Soccorso… Provate anche a sentire altri artisti italiani: Le Orme, PFM… Siamo da sempre un paese pieno di bellezze e fu secondo me normale che il genere progressive divenne molto popolare in Italia negli anni ’70.

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In conclusione, vorrei approfittare di questo spazio per ringraziare tutti questi artisti i quali, grazie anche all’aiuto di discografici illuminati, lavoravano in totale e completa libertà, privi di vincoli di minutaggi radiofonici o di altro tipo. Da quella libertà sono nati tantissimi capolavori che hanno fatto la storia della musica; ed è a quella libertà che io, per quanto faccia parte della generazione successiva, cerco di fare riferimento quando suono, scrivo o produco musica.

 

RICORDO DI BERT JANSCH

Forse una delle figure più importanti del mondo della chitarra acustica. Fondatore dei Pentangle insieme a John Renbourn, autentico rivoluzionario per quanto riguarda lo stile chitarristico, Bert Jansch ci ha lasciato il 5 ottobre 2011. Mi corre l’obbligo di ricordare qui questo strardinario musicista, che coi dischi dei Pentangle (su tutti BASKET OF LIGHT)  ha fatto sognare per anni autentici universi paralleli grazie agli intrecci mirabili delle sue corde con quelle di Renbourn,  alla meravigliosa voce di Jacqui Mc Shee e al poderoso sostegno del basso di Danny Thompson. Ebbi anche il piacere di conoscerlo, naturalmente al Velvet Underground, per un concerto insieme proprio a Renbourn, ed ebbi modo di apprezzare la sua gentilezza e disponibilità.

Sabato 22 ottobre, durante il concerto che terrò a Latina insieme a Luca Busatti, ospiteremo l’amico Marcello De Dominicis per un omaggio, doveroso, a questo straordinario musicista.

Grazie Bert.

RUSH – Moving Pictures

moving pictures

Per chi non lo sapesse, molto prima di suonare le uilleann pipes ero dedito a suonare il basso,con un paio di gruppi più che altro dediti a cover di vario genere. Non avevo  una figura di riferimento tra i bassisti nella musica che ascoltavo: il più originale ed interessante era senz’altro Chris Squire degli Yes, che però usava il plettro ed a me quesa cosa non piaceva. Poi il mio grande amico Andrea Nocentini, fine conoscitore di musica e grande batterista, mi fece sentire questo disco suonato da un trio canadese nelle cui fila militava Geddy Lee al basso. Fu una autentica folgorazione: stilisticamente non avevo mai sentito niente di così creativo e poderosamente ritmico al tempo stesso. Mi sembrò soprattutto un modo molto divertente di suonare il basso, un modo che ti consentiva anche di divertirsi e di concedersi qualche eccesso rispetto alla semplice linea ritmica. Aggiungete al gruppo un chitarrista come Alex Lifeson ed un batterista come Neil Peart e la partita è definitivamente chiusa: capolavori come Tom Sawyer, YYZ o Limelight non si scrivono tutti i giorni. Testimonianza della eccezionale qualità del combo canadese è la loro longevità: sono ancora in pista dopo 37 anni con una qualità ed un professionismo ineguagliati.

SAN PATRIZIO

trifoglio
Come ogni anno arriva il 17 marzo, giorno in cui si celebra la festa di San Patrizio, santo patrono d’Irlanda; e immediatamente quasi in ogni angolo del pianeta si forma un capannello di persone che beve qualcosa, suonando e cantando musica irlandese. E’, se vogliamo, uno degli aspetti positivi della globalizzazione, anche se suscita sempre una certa curiosità vedere un giapponese o un russo (ma naturalmente anche un italiano) imbracciare un tipico strumento come le uilleann pipes o il bodhran e sfoggiare una competenza degna del CNR su reels, jigs e canzoni popolari dell’isola verde.

In realtà non c’è molto da meravigliarsi: qualche decennio fa in Italia, per esempio, è successa la stessa cosa con il blues (parlo degli anni 80), quando per contrastare l’avanzata di certi suoni plasticosi e mininimalisti ci fu una autentica esplosione di americanismo, anche un pò tamarro (ricorderete stivaletti a punta a go-go) che portò un sacco di gente a suonare i classici di Robert Johnson pur non essendo particolarmente americani o….neri!

Sarebbe, però, semplicistico limitarsi a definirla solo la moda del momento: ognuna di queste ondate si è fondata sempre soprattutto sul riconoscersi in un modo espressivo, strettamente collegato al proprio stato d’animo o al proprio carattere; così abbiamo avuto nichilisti datisi al blues cantando la propria dannazione partendo da uno splendido condominio anni 50, ragazzi bravissimi e buonissimi che si davano al trash metal sbattendo contro le pareti delle loro camere, e  sognatori ad occhi aperti abitanti mondi paralleli che suonavano slow air davanti al poster delle Cliffs of Moher. In ogni caso a guidare tutto c’era sempre la sensibilità del singolo e una buona dose di casualità che ha fatto coincidere le necessità del proprio momento con le caratteristiche di certe sonorità e certi generi musicali.

E’ successo così anche a me: ed oggi, a vent’anni di distanza, guardo la mia agenda che in questa settimana impazzisce regolarmente, diventando piena come non mai,  e mi sento particolarmente fortunato per non aver dimenticato di essere quello che sono e da dove vengo;  così mi posso godere delle splendide serate di musica senza… fingere di essere di Cork o Belfast, anche perchè il mio accento non mente e i miei capelli sono (ancora per poco) neri anzichè rossi….

THE BOTHY BAND

after hours
Il negozio di dischi di Galway per antonomasia è oggi, come nel 1991, Mulligan’s.
All’epoca le mie mani frugavano ansiose di trovare qualche informazione in più per poter capire e suonare la musica irlandese; proprio mentre ero lì parte un brano dai diffusori che mi catturò come un incantatore di serpenti ammaestra le proprie creature. Si trattava di THE BUTTERFLY, che poi avrei scoperto essere uno dei più famosi brani dell’intera produzione del’isola.Quel brano mi introdusse ad un gruppo che avrebbe segnato in maniera irrimediabile il mio futuro:ladies and gentleman, please welcome THE BOTHY BAND, coacervo di talenti clamorosi: i fratelli MICHAEL e TRIONA O’DOMHNAIL, MATT MOLLOY (futuro riferimento di flautisti per generazioni), DONAL LUNNY (che sarebbe poi diventato forse il più grande produttore dimusica celtica e grande suonatore di bouzouki), KEVIN BURKE (caposcuola di stile violinistico) e soprattutto PADDY KEENAN, da molti definito il Jimi Hendrix delle uilleann pipes, erede diretto del gypsy Johnny Doran e uno dei due pipers che mi ha influenzato di più (l’altro è presente in un altro articolo…)Un ensemble assolutamente di primissimo livello per un sound assolutamente irripetibile per potenza, precisione e coinvolgimento. Non perdete nessuno dei loro lavori, hanno inciso quattro album: THE BOTHY BAND, OUT OF THE WIND INTO THE SUN, OLD HAG YOU’VE KILLED ME, AFTER HOURS (live in Paris).