Indoeuropean (2003)

another road

around

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Celticaravan (2001)

the big ocean

dance of life

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TERRE IN IN VISTA: il nuovo album

Mentre tutti o quasi i musicisti italiani aspettano di sapere quanto misera sarà la stagione estiva 2011, a causa soprattutto dei tagli imposti alle attività culturali, in assoluta controtendenza arriva il mio nuovo lavoro discografico. Scritto a quattro mani con RAFFAELLO SIMEONI, l’album si intitola TERRE IN VISTA ed è il risultato dell’incontro dei nostri due rispettivo mondi musicali di appartenenza.

Perchè TERRE IN VISTA?

Perchè ognuno di noi è sempre alla ricerca di nuovi orizzonti, nuove acque da esplorare, nuovi mondi da cui restare affascinati; musicalmente parlando, inoltre, l’incontro degli strumenti irlandesi miei con quelli di tutt’altra estrazione suonati da Raffaello rappresenta un vero e proprio caleidoscopio sonoro dove trovare (o ritrovare) angoli di tutti il mondo e di molte parti della terra. TERRE IN VISTA, quindi, anche per questo.

Potete richiedere TERRE IN VISTA tramite il sito www.ai-music.it.

 

Grazie a Marco Marchetti per le foto e agli amici di MUSICASTRADA, grande festival della provincia pisana, per i consigli.

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Luca e Pietro

Quello che vedete nella foto è il mio vecchio amico LUCA BUSATTI, col quale ho condiviso molti anni di musica irlandese in passato e un paio di esperienze in tour davvero rimarchevoli. Dopo svariati anni (non dico il numero per carità di patria) le nostre strade si sono incrociate nuovamente nell’ambito, pensate un pò, dei WHISKY TRAIL.

E’ successo infatti che dopo circa 35 anni il chitarrista del gruppo, PIETRO SABATINI, ha deciso di lasciare la band. Dopo qualche mese di tentennamenti, ripensamenti ecc. il gruppo ha deciso di provare a suonare con Luca, e dopo tre o quattro prove c’è anche stata la prima uscita ufficiale dal vivo, in provincia di Campobasso. Sono molto contento di aver ritrovato Luca, e sono anche contento che il suo apporto e la sua sensibilità musicale consentano di reinterpretare molti brani storici del gruppo.

Vorrei, infine, cogliere l’occasione per un ringraziamento a PIETRO SABATINI: ho suonato con lui per otto anni nei WHISKY TRAIL ed ho imparato tante cose; su tutte, l’importanza della cura dei dettagli nell’arrangiamento: nessun dettaglio imperfetto ha mai resistito ad un tale  perfezionista, specie se livornese…Pietro continua a portare avanti i propri progetti musicali; gli mando un grande abbraccio e tutti gli auguri del mondo…ciao Pietro!

 

 

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Planxty – The well below the valley

Quando nel 1991 mi ritrovai in Irlanda, alla ricerca di qualcosa
che identificasse il suono irlandese tradizionale,
girai per diversi giorni entrando in numerosi pubs di Dublino dove potei sperimentare sessions del tipo singalong, ossia “cantate-tutti-insieme”, oppure a Galway altre sessions totalmente strumentali,e cercai ovviamente anche molti dischi, visto che il tempo per rimanere in Irlanda per imparare e conoscere la musica del posto era limitato.E fra i dischi che mi capitarono per le mani c’era pure questo, con una bellissima copertina riproducente the Book of Kells, meraviglioso codice miniato conservato presso il Trinity College di Dublino.
Metto su il cd e si parte con CUNLA, pipe solo di Liam O’Flynn. E quelle pipes con una ancia molto aperta, un gran bel suono chioccio,mi proiettarono istantaneamente in un tempo passato, in un mondo che per me non c’era più ma che all’epoca in Irlanda c’era ancora. Così come nel pezzo successivo,PADDY O’REILLY, la voce di Andy Irvine è una voce di un’altra era, di un mondo fatto di legno e paglia, di storie lette e/o cantate davanti al fuoco di un caminetto, magari dal nonno prima che i nipoti vadano a letto.Quando poi alla fine del disco, dopo momenti di storia pura come AS I ROVED OUT o BEAN PHAIDIN, mi trovai ad ascoltare un brano come TIME WILL CURE ME, che a distanza di 35 anni considero ancora oggi un brano di contemporary folk, capii che quel qualcosa che non conoscevo e che stavo cercando l’avevo trovato….Da lì in poi approfondii la storia di quel gruppo e di tutti quei grandi musicisti che lo componevano

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The Bothy Band

Il negozio di dischi di Galway per antonomasia è oggi, come nel 1991, Mulligan’s.
All’epoca le mie mani frugavano ansiose di trovare qualche informazione in più per poter capire e suonare la musica irlandese; proprio mentre ero lì parte un brano dai diffusori che mi catturò come un incantatore di serpenti ammaestra le proprie creature. Si trattava di THE BUTTERFLY, che poi avrei scoperto essere uno dei più famosi brani dell’intera produzione del’isola.Quel brano mi introdusse ad un gruppo che avrebbe segnato in maniera irrimediabile il mio futuro:ladies and gentleman, please welcome THE BOTHY BAND, coacervo di talenti clamorosi: i fratelli MICHAEL e TRIONA O’DOMHNAIL, MATT MOLLOY (futuro riferimento di flautisti per generazioni), DONAL LUNNY (che sarebbe poi diventato forse il più grande produttore dimusica celtica e grande suonatore di bouzouki), KEVIN BURKE (caposcuola di stile violinistico) e soprattutto PADDY KEENAN, da molti definito il Jimi Hendrix delle uilleann pipes, erede diretto del gypsy Johnny Doran e uno dei due pipers che mi ha influenzato di più (l’altro è presente in un altro articolo…)Un ensemble assolutamente di primissimo livello per un sound assolutamente irripetibile per potenza, precisione e coinvolgimento. Non perdete nessuno dei loro lavori, hanno inciso quattro album: THE BOTHY BAND, OUT OF THE WIND INTO THE SUN, OLD HAG YOU’VE KILLED ME, AFTER HOURS (live in Paris).

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Davy Spillane

Il 1 agosto 1991 tornavo dall’Irlanda con il mio set di uilleann pipes e la consapevolezza di avere davanti a me un lavoro improbo da compiere per imparare quello strumento diabolico; avevo raccolto anche una discreta quantità di dischi e cd sui quali contavo moltissimo per capire qualcosa in più su come si suonassero le uilleann pipes. Tra questi dischi ce n’era uno che raffigurava un suonatore di pipes in copertina: lui era Davy Spillane ed il disco era Shadow Hunter. Il primo ostacolo fu capire che Spillane è mancino, e che quindi tutto lo strumento andava indossato specularmente rispetto alla foto…Oltre a questo da quel disco imparai anche un’altra cosa, importantissima: esisteva un modo alternativo per suonare le pipes rispetto a quello tradizionale, e la mia formazione rock non poteva che gioire per questo. Le uilleann pipes sono lo strumento più versatile in assoluto della famiglia delle cornamuse, così grazie a cotanto esempio ho imparato a suonare le uilleann nel modo più libero e creativo possibile, usandole ora come una chitarra elettrica, ora come una voce. Successivamente approcciai anche la musica davvero tradizionale, ma ormai la traccia era stata segnata. Chi non conoscesse la musica di Davy Spillane vada a sentire il brano Midnight Walker, dall’album Pipedreams.

Chiudete gli occhi. Pensa a tutto lui….

 

 

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Moving Pictures – Rush

 

Per chi non lo sapesse, molto prima di suonare le uilleann pipes ero dedito a suonare il basso,con un paio di gruppi più che altro dediti a cover di vario genere. Non avevo  una figura di riferimento tra i bassisti nella musica che ascoltavo: il più originale ed interessante era senz’altro Chris Squire degli Yes, che però usava il plettro ed a me quesa cosa non piaceva. Poi il mio grande amico Andrea Nocentini, fine conoscitore di musica e grande batterista, mi fece sentire questo disco suonato da un trio canadese nelle cui fila militava Geddy Lee al basso. Fu una autentica folgorazione: stilisticamente non avevo mai sentito niente di così creativo e poderosamente ritmico al tempo stesso. Mi sembrò soprattutto un modo molto divertente di suonare il basso, un modo che ti consentiva anche di divertirsi e di concedersi qualche eccesso rispetto alla semplice linea ritmica. Aggiungete al gruppo un chitarrista come Alex Lifeson ed un batterista come Neil Peart e la partita è definitivamente chiusa: capolavori come Tom Sawyer, YYZ o Limelight non si scrivono tutti i giorni. Testimonianza della eccezionale qualità del combo canadese è la loro longevità: sono ancora in pista dopo 37 anni con una qualità ed un professionismo ineguagliati.

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Aqualung – Jethro Tull

Ho letto una intervista a Ian Anderson in cui il musicista raccontava come al momento della incisione di Aqualung il gruppo andò a registrare in uno studio nuovo di zecca, con tutte le tecnologie più avanzate a disposizione per l’epoca. Bene, nessuno era in grado di far funzionare lo studio in maniera appropriata e pertanto la realizzazione di questo album si rivelò difficilissima, tutta a base di sovraincisioni fatte con ascolti molto approssimativi.Chissà che questo non sia davvero il segreto di questo capolavoro che sì, contiene alcuni brani memorabili come LOCOMOTIVE BREATH o WOND’RING ALOUD o la stessa AQUALUNG, ma che secondo me ha la sua forza primaria nel suono.E’ come se tutto il suono dell’album fosse velato da una patina impalpabile ma determinante, quella patina che solo il tempo nel corso degli anni riesce a produrre e che inevitabilmente impreziosisce, conferendo quel che di classico e irripetibile.

Molto significativo poi l’atteggiamento provocatorio riguardo ai testi, polemici nei confronti della religione e della chiesa, specchio fedelissimo del carattere istrionico e  provocatore del leader, soprattutto se contestualizzato nel momento storico e culturale in cui il disco è stato composto.
Va ricordato inoltre che, dopo un periodo iniziale dove la band aveva esplorato le radici del blues, con questo lavoro Ian Anderson e soci entrano a pieno titolo nell’universo folk rock con brani come MOTHER GOOSE o la già citata WOND’RING ALOUD, inaugurando una serie di ballate acustiche suonate con il capotasto in terza posizione (da qui in avanti marchio di fabbrica inconfondibile dei JT insieme alla splendida voce di Anderson).Soprattutto quest’ultimo elemento, insieme con il modo di usare il plettro della Martin,  è stata una delle influenze riconoscibili nel mio universo musicale; sentire per credere alcune mie parti chitarristiche o anche sul buzuki.

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Bouzouki

Verso la fine degli anni settanta, in Irlanda, due giovanotti di nome Andy Irvine e Donal Lunny, di lì a breve destinati a rivoluzionare per sempre la musica tradizionale del loro paese attraverso un gruppo chiamato PLANXTY, pensarono di allargare il tiro introducendo lo strumento greco per eccellenza nelle sessions al pub. Furono necessarie alcune modifiche: la tonalità, certo, ma anche la forma, visto che il fondo bombato dello strumento greco mal si adattava ad essere suonato da seduto…

La grande particolarità del bouzouki irlandese è la sua capacità di sostenere al tempo stesso melodia e ritmica, vuoi per l’accordatura aperta (sol-re-la-re) vuoi per l’attacco deciso ed incisivo delle note singole.   Possiedo uno strumento di CORDOVA GUITARS, l’ azienda di Carlos MICHELUTTI, liutaio argentino itinerante tra Gubbio e Cremona; fu il primo bouzouki che costruì ed è uno strumento di eccezionale stabilità; tavola di acero ed abete, tastiera in ebano. Rispetto al bouzouki greco, ma anche a quello irlandese in genere, produce un suono molto più ricco e tondo, forse più adatto a contensti musicali meno affollati ma davvero molto piacevole all’orecchio.

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