UN DISCO LUNGO 250 KM

Io ho un collega, nonchè carissimo amico, che si chiama Raffaello Simeoni. E’ un cantante e polistrumentista come se ne trovano pochi. Ci siamo conosciuti circa dieci anni fa, ed è subito scoccata la scintilla della sintonia artistica. Molte sono state le volte in cui abbiamo diviso il palco, e sempre c’è stata la sensazione di un gran bel potenziale nonchè di grandi affinità per quanto riguarda i gusti musicali.
Venne quindi automatica, già anni or sono, l’idea di fare un disco insieme. Un disco intero,non partecipazioni nel disco dell’altro; quelle c’erano già state.No, sarebbe stato bello cercare di esprimere questa sintonia artistica con un intero cd, tutto fatto da noi. Già all’epoca eravamo entrambi molto impegnati, e quest’idea di un cd a due nomi venne per il momento accantonata.
Purtroppo (nello specifico, in assoluto per fortuna) siamo rimasti entrambi impegnati per molto tempo, fino all’autunno 2010, stagione nella quale abbiamo azzerato (o limitato) impegni vari per poter finalmente arrivare ad iniziare il lavoro sul cd in questione; troviamo il produttore  disposto ad investire su di noi, troviamo la distribuzione, troviamo tutto quello che serve. Si comincia!!
Già…peccato che io abitassi in Casentino e lui a Rieti…..E’ stata la prima volta per me in cui un lavoro che sfocierà in un album è stato impostato in modo da dipendere molto dalla rete, per quanto riguarda proprio la sua registrazione, e la cosa mi spinge ad alcune riflessioni.
Tutti noi che suoniamo prediligiamo l’esecuzione dal vivo, perchè il cuore, l’anima del musicista non possono essere riprodotti da nessun software per quanto fedele, ed ogni volta che registriamo cerchiamo di catturare l’anima di una parte musicale in modo da emozionare l’ascoltatore. Figuriamoci se non mi ero preoccupato del risultato di questo lavoro…
Dunque, si faceva così:  uno dei due abbozzava un pezzo, poi mandava un mp3 all’altro tramite mail; l’altro lo sentiva, si faceva un’idea di come arrangiare quel pezzo, della direzione in cui spingerlo, poi chiamava il primo al telefono per sentire se era d’accordo o no.Trovato l’accordo telefonico, il secondo registrava le tracce di alcuni strumenti e poi spediva un cd con i file wave all’altro, che li inseriva nel computerper poi mixarli, e via così fino alla fine. Semplice, no?
Ora, alla luce di tutto questo, la rete ci ha semplificato la vita o ce l’ha resa un CASINO bestiale? Metteteci nel mezzo alcuni cd masterizzati male, le poste che perdono la roba,la connessione che si inchioda, formati illeggibili dal computer dell’altro…in molti momenti, personalmente, ho avuto la sensazione di spingere un monolite con la schiena sulla cima di un monte.
La cosa importante rimane, naturalmente, il risultato finale; entrambi siamo molto contenti di come sta venendo il lavoro; poi, tutto sommato, una volta presa la mano con questo modo di lavorare le cose vanno anche abbastanza da sole. Proprio questo passaggio porta alla riflessione finale: forse tutto questo bordello che c’è nel mondo adesso (ogni riferimento ai palazzi governativi è puramente casuale) equivale alla nostra prima fase: ci sono un sacco di strumenti nuovi, e ancora non siamo in grado di usarli in modo appropriato.Poi, quando saremo smaliziati abbastanza, le cose andranno decisamente meglio.
Ecco quindi l’ideale utopico fare nuovamente breccia nell’animo nostro; è dai tempi della Città del Sole di Tommaso Campanella che l’uomo cerca un’alternativa fantasiosa alla triste realtà; quasi quasi quella riflessione la brevetto, ci scrivo un libro poi vado in televisione a farmi pubblicità.
Anzi, sapete cosa? No.

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